martedì 8 giugno 2010

LE PRIGIONI

Le prigioni di Venezia si trovano all'interno di Palazzo Ducale. Le più inospitali erano collocate al pian terreno, in quelli che venivano chiamati i Pozzi, ed erano diciotto celle rivestite in legno, buie e comunicanti solo con tetri corridoi. qui le condizione di vita erano davvero terribili: sotto le tavole di legno si annidavano insetti di ogni tipo, il cibo era scarso e immangiabile, l'aria irrespirabile, gli ambienti sovraffollati.

Nei locali del sottotetto erano ospitati, invece, i famosi Piombi. Devono il loro nome alle lastre di piombo che rivestivano i tetti, rendendo queste stanze caldissime d'estate e gelide d'inverno. In genere erano destinate ai carcerati più altolocati o ai detenuti in attesa di giudizio.

L'ospite più illustre dei Piombi è stato Giacomo Casanova, finito in carcere per una lunga sfilza di reati e protagonista della più rocambolesca delle fughe: salito sui tetti, Casanova riuscì a scivolare lungo una grondaia, infilarsi all'interno del Palazzo e farsi aprire, per fuggire poi tranquilamente, a bordo di una gondola. Non prima, secondo una leggenda, di concedersi un caffè in Piazza San Marco.

Le prigioni Nuove, invece, si trovano oltre il Rio di Palazzo, e ad esse si accedeva tramite il famoso Ponte dei Sospiri.

LA STORIA


L'edificazione del palazzo iniziò presumibilmente nel IX secolo, a seguito del trasferimento della sede ducale da Malamocco all'odierna Venezia, definitivamente sancito nell'812 durante il dogado di Angelo Partecipazio.

Seguì la ricostruzione avviata da Pietro I Orseolo (976-979), un nucleo fortificato costituito da un corpo centrale e da torri angolari, circondato dall'acqua, le cui tracce ancora si intuiscono nell'assetto del piano loggiato.

Il complesso subì una prima grande ristrutturazione, che trasformò la fortezza originaria in un elegante palazzo privo di fortificazioni, nel XII secolo durante dogado Sebastiano Ziani. Un nuovo ampliamento fu realizzato tra la fine del ‘200 e i primi del Trecento, per servire alle nuove esigenze dello stato repubblicano seguite alla Serrata del Maggior Consiglio, la cui sala venne ampliata. Nel 1310 venne represso un tentativo di assalto al palazzo nel corso di una congiura guidata da Bajamonte Tiepolo.

A partire dal 1340, sotto il dogado di Bartolomeo Gradenigo, il palazzo cominciò una radicale trasformazione verso la forma attuale. Nel 1404 venne terminata la facciata sul molo, nel 1423, vennero avviati i lavori sul lato verso la piazzetta e la basilica, nel 1439 iniziarono anche i lavori per la Porta della Carta, Dopo il grande incendio del 1483 venne riedificata la parte interna, cioè quella sul lato del rio di Palazzo che termina col Ponte della Paglia, con lavori che proseguirono sino al 1492 e la costruzione della Scala dei Giganti.

L’11 maggio 1574 un incendio distrusse alcune sale di rappresentanza al piano nobile. Decisa immediatamente la ricostruzione, la direzione tecnica ed esecutiva venne affidata al “proto” Antonio da Ponte, affiancato da Andrea Palladio

La presenza di Palladio a Palazzo Ducale è documentata pure tra il 1577 e il 1578, per il restauro dell’edificio danneggiato da un secondo grave incendio (20 dicembre 1577) in cui andarono perduti importanti cicli pittorici. Anche in questo caso, le ipotesi di una sua proposta concreta lasciano dubbi tra la critica. Tra il 1575 e il 1580 Tiziano e Veronese vennero a loro volta chiamati a decorare gli interni del palazzo e la loro opera finì per inserirsi nella ricostruzione delle sale dell'ala meridionale seguita all'incendio del 20 dicembre 1577.

All'inizio del XVII secolo furono aggiunte le cosiddette Prigioni Nuove, al di là del rio, ad opera dell'architetto Antonio Contin. Questo nuovo corpo di fabbrica, sede dei Signori della Notte, magistrati incaricati di prevenire e reprimere reati penali, viene collegato al Palazzo tramite il Ponte dei Sospiri, percorso dai condannati tradotti dal Palazzo, sede dei tribunali, alle prigioni.

Dopo la caduta della Repubblica di Venezia, la cui fine fu decretata nella seduta del Maggior Consiglio del 12 maggio 1797, il Palazzo non venne più utilizzato come sede del principe e delle magistrature, ma fu adibito a sede di uffici amministrativi degli imperi napoleonico e asburgico. Le prigioni, denominate Piombi, conservarono la loro funzione e furono oggetto degli scritti di Silvio Pellico. Con l'annessione di Venezia al Regno d'Italia il Palazzo subì cospicui restauri e nel 1923 venne destinato a museo, quale è tuttora.

LE SALE PRIMO PIANO

La Quarantia, creata dal Maggior Consiglio pare già alla fine del XII secolo, era il massimo organo di appello dello Stato veneziano. Originariamente era un unico organismo formato da quaranta membri dotati di ampi poteri, politici e legislativi. Nel corso del XV secolo le quarantie divennero tre: Quarantia Criminal (per le sentenze nell’ambito che oggi chiameremmo penale), Quarantia Civil Vecchia (per le cause civili in territorio veneziano), Quarantia Civil Nuova (per cause civili in terraferma). La sala venne restaurata nel XVII secolo, ma reca ancora, dell’antica decorazione, un frammento di affresco visibile vicino all’entrata a destra. Le tele che vi sono collocate attualmente risalgono al Seicento.




Liago’
Nel dialetto veneziano “liagò” significa veranda o terrazzo chiuso da vetrate. Questo ambiente serviva da passeggio e ritrovo per i patrizi negli intervalli delle frequenti sedute del Maggior Consiglio. Il soffitto di travi dipinte e dorate risale alla metà del Cinquecento mentre
le tele alle pareti, sono del Sei-Settecento. Sono esposte qui tre importanti sculture: Adamo, Eva e il Portascudo. Sono gli originali delle opere concepite per decorare le facciate dell’Arco Foscari nel cortile del Palazzo sono capolavoro di Antonio Rizzo, realizzate tra il 1462 ed il 1471.








Sala del Maggior Consiglio

È la sala più grande e maestosa di Palazzo Ducale e, con i suoi 53 metri di lunghezza e 25 di larghezza , è una delle più vaste d’Europa.
Qui si tenevano le assemblee della più importante magistratura dello stato veneziano: il Maggior Consiglio un organismo molto antico che era formato da tutti i patrizi veneziani, a prescindere dal prestigio, dai meriti o dalle ricchezze. Il Maggior Consiglio aveva diritto di controllo su tutte le altre magistrature e cariche dello Stato che, quando esorbitavano troppo dai loro poteri, venivano prontamente ridimensionate. In questa sala si effettuavano anche le prime fasi dell’elezione del doge che proseguivano in quella dello Scrutinio. Le procedure erano estremamente lunghe e complesse per evitare possibili brogli elettorali.
Ogni domenica, al suono della campana di San Marco, i membri si riunivano sotto la presidenza del Doge che sedeva al centro della pedana, mentre i consiglieri occupavano seggi disposti secondo la lunghezza della sala in file doppie, dandosi la schiena.Ristrutturata nel corso del XIV secolo, era decorata dall’affresco del Guariento di cui abbiamo visto i resti e da opere dei più famosi artisti dell’epoca. Nel dicembre del 1577, un incendio divampato nella vicina sala dello Scrutinio le distrusse, danneggiando gravemente anche la struttura della sala. Venne quindi avviata una decorazione che vide impegnati artisti come Veronese, Palma il Giovane, secondo un programma che prevedeva alle pareti episodi della storia veneziana con particolare riferimento ai rapporti col papato e l’impero, sul soffitto le gesta di cittadini valorosi e le Virtù, mentre lo spazio centrale era riservato alla glorificazione della Repubblica.
I dodici dipinti laterali, sei per lato, ricordano particolari atti di valore o episodi bellici accaduti lungo l’arco della storia della Città.
Immediatamente sotto il soffitto corre un fregio con ritratti dei primi settantasei dogi della storia veneziana. Si tratta di effigi immaginarie, visto che quelle precedenti il 1577 furono distrutte nell’incendio, commissionate a Jacopo Tintoretto ma eseguite in gran parte dal figlio Domenico. Sul cartiglio che ogni doge tiene in mano sono riportate le opere più importanti del suo dogado. Il doge Marin Faliero, che tentò un colpo di stato nel 1355, è rappresentato da un drappo nero: condannato in vita alla decapitazione e alla damnatio memoriae, ossia alla cancellazione totale del suo nome e della sua immagine, come traditore dell’istituzione repubblicana.
Lungo un’intera parete, dietro al trono, si staglia la più grande tela del mondo, il Paradiso, realizzata da Jacopo Tintoretto e dalla sua bottega tra il 1588 ed il 1592 al posto dell’affresco del Guariento .

SALE SECONDO PIANO

Sala dell’Anticollegio

Questa sala era l’ anticamera d’onore per le ambascerie e le delegazioni che attendevano di essere ricevute dal Collegio, cui era delegata la politica estera dello Stato.
Anche questo ambiente, come il precedente, fu restaurato dopo l’incendio del 1574 e il suo apparato decorativo è perciò simile a quello della Sala delle Quattro Porte, con stucchi ed affreschi sul soffitto. Quello centrale, con Venezia in atto di conferire ricompense ed onori, si deve a Paolo Caliari detto Veronese. Un prezioso fregio orna le sommità delle pareti, e sontuosi sono il camino tra le finestre e la bella porta che immette nella sala del Collegio, adorna di colonne e con un frontone sormontato da un gruppo marmoreo di Alessandro Vittoria.
Accanto alle porte sono collocate le quattro tele dipinte da Jacopo Tintoretto per l’Atrio Quadrato, portate qui nel 1716 a sostituzione dell’originaria decorazione con pannelli di cuoio. In tutte, le scene mitologiche hanno significati allegorici del saggio governo della Repubblica.
Sono in questa stanza altre opere celebri tra cui il Ratto di Europa di Paolo Veronese.

Sala delle Quattro Porte

La sala aveva la duplice funzione di anticamera d’attesa e di passaggio e prende il nome da quattro splendide porte incorniciate da preziosi marmi orientali, sormontati ciascuno da un gruppo scultoreo che si riferisce all’ambiente al quale dà accesso.
L’aspetto attuale risale ad un’imponente ristrutturazione operata dopo il disastroso incendio del 1574 da Antonio da Ponte su progetto di Andrea Palladio . Il soffitto a botte, la cui decorazione a stucchi si deve a Giovanni Cambi detto il Bombarda, ospita affreschi a soggetto mitologico e raffigurazioni di città e regioni sotto il dominio veneto, realizzati da Jacopo Tintoretto a partire dal 1578. Questa decorazione vuole mostrare, strettamente connesse tra loro, la fondazione di Venezia, la sua indipendenza sin dalle origini e la missione storica dell’aristocrazia veneziana, secondo il programma celebrativo già segnato dalla decorazione della Scala d’Oro.
Le opere alle pareti, tra cui Il doge Antonio Grimani in adorazione davanti alla Fede e san Marco in gloria di Tiziano, furono realizzate solo alla fine del Cinquecento.
A cavalletto, una celebre tela di Giambattista Tiepolo con Venezia che riceve da Nettuno i doni del mare.

Sala del Consiglio dei Dieci

Il Consiglio dei Dieci fu istituito in seguito alla congiura ordita nel 1310 da Bajamonte Tiepolo e altri nobili per rovesciare le istituzioni statali. Essendo stato costituito per giudicare gli aderenti al complotto avrebbe dovuto essere un organo provvisorio ma, come spesso accade nella storia delle istituzioni veneziane, finì col diventare un organo permanente. Le sue competenze si estesero ad ogni settore della vita pubblica: ortodossia religiosa, politica estera, spionaggio, difesa dello Stato. Da qui il sorgere del mito di un tribunale potente, occhiuto e spietato al servizio dell’oligarchia dominante, le sui sentenze venivano emesse in tempi rapidissimi e con rito segreto. L’assemblea era composta da 10 membri scelti dal Senato ed eletti dal Maggior Consiglio, a cui si aggiungevano il Doge e i suoi sei consiglieri. Di qui i diciassette riquadri a semicerchio, che ancora si notano nella sala. La decorazione del soffitto è dovuta a Gian Battista Ponchino in collaborazione con il giovane Paolo Veronese e Gian Battista Zelotti. Intagliato e dorato, è diviso in venticinque scomparti con all’interno divinità ed allegorie che illustrano il potere del Consiglio il cui compito, ad immagine del tribunale celeste, era di punire i crimini e liberare l’innocente. L’interpretazione dei singoli quadri è particolarmente complessa a causa dell’ambiguità delle figure mitologiche e della tendenza degli ideatori dei programmi a sovrapporre significati legati all’ideologia veneziana a quelli tradizionali. Celebri i dipinti di Veronese, dal Vecchio orientale a Giunone che sparge i suoi doni su Venezia, mentre l’ ovale al centro con Giove che scende dal cielo a fulminare i vizi è una copia dell’originale dello stesso autore, portato al Louvre da Napoleone Bonaparte.

PONTE DEI SOSPIRI

Il Ponte dei Sospiri è costruito in pietra d'Istria, in stile barocco, e fu realizzato agli inizi del XVII secolo su progetto dell'architetto Antonio Contin figlio di Bernardino Contin per ordine del doge Marino Grimani, il cui stemma vi è scolpito .

Questo caratteristico ponte di Venezia, situato a poca distanza da Piazza San Marco, scavalca il Rio di Palazzo collegando con un doppio passaggio il Palazzo Ducale alle Prigioni Nuove, il primo edificio al mondo costruito per essere appositamente una prigione. Serviva da passaggio per i reclusi dalle suddette Prigioni agli uffici degli Inquisitori di Stato per essere giudicati.

Conosciuto in tutto il mondo, è fotografato dai turisti provenienti da ogni dove, dai soli due posti dai quali è osservabile, (oltre che dalle gondole) cioè dal Ponte della Canonica e dal Ponte della Paglia. Gli è stato attribuito questo nome perché la leggenda vuole che, ai tempi della Serenissima, i prigionieri, attraversandolo, sospirassero davanti alla prospettiva di vedere per l'ultima volta il mondo esterno. La leggenda però è totalmente priva di fondamento, anche perché dall'interno del ponte la visuale verso l'esterno è pressoché nulla. Il termine sospiri sta ad indicare solamente l'ultimo respiro che i condannati emettevano nel mondo libero perché una volta condannati nella Repubblica dei Dogi non si poteva tornare indietro.

LE PRIGIONI

Le prigioni di Venezia si trovano all'interno di Palazzo Ducale. Le più inospitali erano collocate al pian terreno, in quelli che venivano chiamati i Pozzi, ed erano diciotto celle rivestite in legno, buie e comunicanti solo con tetri corridoi. qui le condizione di vita erano davvero terribili: sotto le tavole di legno si annidavano insetti di ogni tipo, il cibo era scarso e immangiabile, l'aria irrespirabile, gli ambienti sovraffollati.

Nei locali del sottotetto erano ospitati, invece, i famosi Piombi. Devono il loro nome alle lastre di piombo che rivestivano i tetti, rendendo queste stanze caldissime d'estate e gelide d'inverno. In genere erano destinate ai carcerati più altolocati o ai detenuti in attesa di giudizio.

L'ospite più illustre dei Piombi è stato Giacomo Casanova, finito in carcere per una lunga sfilza di reati e protagonista della più rocambolesca delle fughe: salito sui tetti, Casanova riuscì a scivolare lungo una grondaia, infilarsi all'interno del Palazzo e farsi aprire, per fuggire poi tranquilamente, a bordo di una gondola. Non prima, secondo una leggenda, di concedersi un caffè in Piazza San Marco.

Le prigioni Nuove, invece, si trovano oltre il Rio di Palazzo, e ad esse si accedeva tramite il famoso Ponte dei Sospiri.

UN OSPITE ILLUSTRE DELLE PRIGIONI: GIACOMO CASANOVA

VITA
Nasce il 2 aprile 1725 a Venezia dagli attori Gaetano Casanova e Zanetta Farusso detta "La Buranella". Le lunghissime assenze a causa del loro lavoro fanno di Giacomo un orfano fin dalla nascita. Cresce così cn la nonna materna.

Si laurea in giurisprudenza a Padova nel 1742. Tenta la carriera ecclesiastica ma, naturalmente, la cosa non si addice alla sua natura; prova allora quella di militare, ma poco dopo si dimette. Conosce il patrizio Matteo Bragadin, il quale lo mantiene come fosse il proprio figlio. La sua vita brillante però induce a dei sospetti e così Casanova è costretto a scappare da Venezia. Si rifugia a Parigi. Dopo tre anni fa ritorno nella sua città natale, ma viene accusato di aver disprezzato la Santa Religione per un'avventura con due monache. Di conseguenza viene rinchiuso nei piombi, ma il 31 ottobre 1756 riesce ad evadere. Questa fuga lo renderà estremamente celebre.

Malgrado i continui e frequenti viaggi rimarrà sempre profondamente veneziano, innamorato della sua città. Amante della "dolce vita" della città che si svolge tra teatri, bische e casini, dove organizza cene elegantissime e consuma assieme alla bella di turno manicaretti e incontri galanti.

Dopo la fuga dai piombi si rifugia nuovamente a Parigi: qui viene arrestato una seconda volta per bancarotta. Rilasciato dopo alcuni giorni, continua i suoi innumerevoli viaggi che lo portano in Svizzera, Olanda, Germania, Londra, Spagna, Russia e Prussia. Nel 1769 ritorna in Italia, ma dovrà aspettare due anni prima di ricevere il permesso di tornare a Venezia dopo un esilio di quasi vent'anni.

Casanova possedeva una personalità magnetica ed affascinante e doti intellettive ed oratorie superiori. Talenti che sfrutta al meglio nelle corti europee, dominate da una classe colta ma anche fatua e permissiva.

Malgrado gli sforzi fatti per accreditarsi come letterato, storico, filosofo e anche matematico, non ebbe in vita e neanche dopo la sua morte nessuna notorietà e successo.
L'unico successo deriva dalla sua opera autobiografica, scritta da lui in francese, pubblicata in tempi molto posteriori alla morte.
Le sue opere le scrisse occasionalmente, durante la sua detenzione e per ottenere qualche beneficio e ingraziarsi il governo veneziano scrivendo "Storia del Governo di Venezia", per ottenere la grazia durante la sua permanenza in carcere.

Giacomo Casanova muore il 4 giugno 1798 nello sperduto castello di Dux.
Della morte pensava si trattasse solo di un mutamento della forma.